Roma, caput mundi: una donna talmente scomoda da dover essere cancellata. Non solo uccisa a soli ventitré anni, ma spazzata via dalla memoria con la damnatio memoriae più feroce della storia. Oggi, a duemila anni di distanza, a toglierle la polvere di dosso ci pensa Daniela Musini. Il suo Messalina (Piemme-Mondadori, disponibile anche in audiolibro) sta travolgendo pubblico e critica come una corrente inarrestabile. Perché la scrittrice non ci racconta la solita “imperiale prostituta” – come la marchiò a fuoco il caustico Giovenale con l’epiteto meretrix augusta – ma ci restituisce il respiro affannoso di una donna in carne e ossa.
Musini fa quello che i cronisti dell’epoca, con la “penna intinta nel veleno”, non hanno mai osato: si mette in ascolto. E lo fa attraverso uno stratagemma narrativo di rara efficacia. A parlare, nel romanzo, non è Messalina, ma Lavinia, la sua ancella muta e devota. È attraverso i suoi occhi, attraverso il silenzio rotto solo dalla memoria, che emergono nuove narrazioni. Veniamo così travolti dalla “saettante scaltrezza” di una ragazzina diventata imperatrice, dalla sua intelligenza acuminata, dalla sua “indomita personalità”. Una donna che visse “controvento”, capace di districarsi tra le vipere dei complotti di corte e le “sfrenatezze” di un’epoca opulenta e feroce.
Il ritratto che ne esce è quello di una creatura affascinante e tragica, desiderata e vituperata, osannata e condannata. Già in vita, senza appello. Perché a Roma, quando si sparse la voce della sua uccisione, il popolo esultò. E il Senato, seduta stante, ordinò la rimozione di ogni suo nome, ogni sua statua, non solo nell’Urbe, ma in ogni angolo dell’Impero.
Con Messalina, Daniela Musini non giudica: si limita a ridare la parola a chi è stato ridotto al silenzio e ci regala un vivido affresco di quella Roma imperiale del I secolo d.C., dove il potere era un gioco pericoloso e le donne, se troppo brillanti, pagavano con l’oblio.
Oggi, grazie a questo romanzo di grande presa narrativa, Messalina torna a vivere. Non più mostro, non più icona di lussuria, ma donna. E forse, proprio per questo, più rivoluzionaria che mai.
