Marozia, la pornocrate

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di Daniela Musini

Roma, X secolo: il saeculum obscurum della Chiesa.

In quel Medioevo già di per sé arcigno, fosco e baluginante, il papato in Occidente non rappresenta solo la massima autorità del Cattolicesimo che permea e condiziona ogni aspetto dell’umano agire, ma è anche potere temporale che tutto determina e decide.

Cerimonie, riti, preghiere, sì certo, ma soprattutto contrasti interni tra cardinali, rapporti burrascosi e altalenanti con gli Imperatori del Sacro Romano Impero, intrighi di famiglie nobiliari, alleanze e tradimenti, elezioni e deposizioni, scomuniche e colpi di mano. E anche scellerati delitti.

La condotta di molti dei Papi saliti sul soglio pontificio in quegli anni fu caratterizzata da sfarzo e vizi, licenziosità e dissolutezza e colui che salì sul trono di Pietro nel gennaio 904 non si sottrasse a questi esecrabili comportamenti.

Sergio dei Conti, vescovo dell’allora Caere (oggi Cerveteri) e diventato papa con il nome di Sergio III, aveva una natura corrotta, malvagia e spietata. La sua ambizione era così grifagna e disposta a tutto che non aveva esitato ad entrare in Roma con una milizia fornitagli da Adalberto marchese di Toscana per detronizzare il presbitero Cristoforo (messo in carcere e assassinato) e insediarsi al suo posto.

Un vero colpo di mano quello perpetrato da Sergio III che gli era riuscito non solo grazie all’ausilio del marchese Adalberto, ma soprattutto in virtù dell’appoggio e del supporto di Teofilatto dei Conti di Tuscolo, una delle famiglie più influenti e potenti di Roma.

Moglie di Teofilatto era la fascinosa Teodora, donna potente, scaltra, cupida, tenuta in gran considerazione nell’Urbe, tanto da essere eletta senatrix, titolo che le conferiva una sorta di immunità diplomatica, e vestaratrix, ossia amministratrice delle finanze della Chiesa.

Non aveva ottenuto queste qualifiche grazie a speciali meriti (era infatti analfabeta), ma mediante relazioni amorose, intrighi politici e intrallazzi erotici con personaggi influenti, tra cui proprio il neoeletto papa Sergio III che era tra l’altro cugino di suo marito, Teofilatto il quale non era ignaro della tresca.

Grazie a questo scandaloso triangolo, la coppia Teofilatto-Teodora assurse ad un potere incontrastato a Roma e lei inaugurò quella che con termine efficace coniato dal cardinale e storico Cesare Baronio, è passata alla Storia come pornocrazia: il governo delle prostitute.

Che poi, a ben guardare, prostituta nel senso di meretrice vera e propria Teodora non era, poiché si trattava di una donna appartenente ad una classe socialmente elevata, ma del meretricio, ovvero dello scambio di favori sessuali per ottenere potere personale ed economico, si servì, questo sì.

Il papato in quel X secolo diventa quindi preda di mani adunche e rapaci di nobili disposti a tutto, di papi scellerati e lascivi, di donne bellissime e lussuriose.

Con la sua intelligenza scaltra, con quello sguardo da cui si riverberavano lampi di sensualità selvaggia, con la sua assoluta mancanza di scrupoli morali, Teodora riuscì ad influenzare e a dominare completamente l’intelletto, lo spirito e le azioni di papa Sergio, ma anche di altri porporati potenti e influenti di cui fu contemporanea e clandestina amante.

Ma il giorno dell’incoronazione di papa Sergio III, il 29 gennaio del 904, era successa una cosa assai significativa. In prima fila, tra i notabili e i porporati elegantissimi e tronfi, c’era anche Marozia,  figlia di teodora e di Teofilatto.

Aveva circa quattordici anni ed era bellissima: capelli lunghissimi e neri come il peccato, labbra carnose, pelle ambrata, occhi scintillanti e fieri.

Marozia

La lunga veste aderente di pesante damasco verde bordata d’oro si accostava al suo corpo flessuoso di adolescente e il mantello rosso rubino di raso ricamato con i segni dello zodiaco e orlato di pelliccia di marmotta, le conferivano imponenza e regalità.

Più volte, durante il lungo rito, gli occhi del papa si erano soffermati su di lei: la conosceva bene, essendo la figlia della sua amante, ma forse solo quel giorno si avvide all’improvviso di come fosse diventata bella e appetibile.

Teodora osservava entrambi, gli occhi che erano una fessura. Si morse un labbro, per rabbia, per gelosia, ma giacché l’avidità di potere e la sete di dominio erano in lei più forti del sentimento amoroso, forse non si rabbuiò più di tanto, avendo individuato un ulteriore modo di accrescere il proprio prestigio e la propria autorità: Marozia sarebbe stata la preziosa merce di scambio.

E sia, decise la madre. Offrì sua figlia su un piatto d’argento e il papa lo afferrò goloso.

E così la pornocrazia raddoppiò e anzi da quel gennaio 904 operò con mani ancora più tentacolari e prensili. Cambiò solo la protagonista, una protagonista bramosa, smodata, sfrontata e bieca quanto e più della madre: Marozia dei Teofilatti, colei che Liutprando vescovo di Cremona definì senza mezzi termini «bella come una dea e focosa come una cagna.»

Papa Sergio (nella foto), incurante dei quattordici anni della ragazza e del ruolo sacro di cui lui era investito, se la porta nei suoi appartamenti in Laterano, vivendo con lei in uno spudorato more uxorio che scandalizzò le coscienze di molti ma non le loro, né tantomeno quelle dei genitori di lei che da questo scandaloso legame traevano profitto.

Sergio III

Marozia lo circuisce, lo rende pazzo di sé, lo domina e, seguendo le direttive di sua madre (che aveva lasciato a lei il letto e per sé le decisioni), ne fa il proprio fantoccio e quello della propria famiglia.

È ancora un’adolescente Marozia quando si scopre incinta. E qui si apre una disputa fra gli storici: il bimbo che nasce, Giovanni, è frutto del nefarium adulterium (come veniva definito quel rapporto proibito) intercorso tra lei e Papa Sergio, o della relazione clandestina che lei aveva intrecciato contemporaneamente con Alberico duca di Spoleto?

Già, perché Marozia oltre che sensuale era anche infedele, e le relazioni plurime che tessé durante la sua vita non si contano.

Aveva una predilezione per gli uomini potenti e spregiudicati, come lo era Alberico, ricco marchese di Toscana e Camerino, duca di Spoleto, conte dei Marsi, con possedimenti che si estendevano in tutta l’Italia Centrale e che si era impossessato del ducato di Spoleto con la violenza facendo trucidare il legittimo erede. E poiché tra i suoi obbiettivi c’è quello di cingere la corona d’Italia nel 909, benché incinta probabilmente del papa, Marozia e Alberico si sposano.

Papa Sergio continua a reclamarla, ma per lei è ormai un peso morto, non sa che farsene e quando questi muore improvvisamente due anni dopo, il sospetto che in questa dipartita ci sia stata la mano di Marozia a propinargli del veleno non è affatto peregrina.

Marozia e Alberico intanto coltivano ambizioni smodate e mettono al mondo quattro figli: Alberico, Costantino, Sergio e Deodato, ma anche Giovanni, figlio di primo letto della moglie, viene legittimato come figlio della coppia.

A Roma intanto dopo la morte di papa Sergio e il breve pontificato di Anastasio III, si erge la figura statuaria di papa Giovanni X, anche lui amante di Teodora e quindi posto sul soglio pontificio grazie a intrighi, alleanze e regalie ai cardinali che lei e suo marito Teofilatto avevano ordito con abilità e spregiudicatezza.

Personalità forte e dominatrice, papa Giovanni X volle ripristinare l’autorità Imperiale nella figura di Berengario I marchese del Friuli e re d’Italia che, dopo aver aiutato il papa a debellare i Saraceni mussulmani che minacciavano Roma, nel dicembre 915 fu incoronato Imperatore del Sacro Romano Impero dal papa stesso.

Ma come spesso accadeva nella cangiante situazione politica medievale, ben presto contro Berengario si coalizzarono i nobili della Tuscia e della Lombardia che presero le armi contro di lui al comando di suo genero, Adalberto marchese d’Ivrea: nella notte del 7 aprile 924, Berengario, mentre era solo a pregare in una chiesa di Verona, fu assassinato e l’Italia precipitò nuovamente nel caos.

E qui si inserisce la figura di Alberico, che sollecitato dall’ambiziosa sua moglie Marozia si reca Roma per usurpare al papa il governo della città ed imporre la propria autorità, ma Giovanni X non ci sta e sobilla la popolazione che si rivolta contro Alberico uccidendolo.

I principi italiani eleggono re d’Italia Ugo di Provenza e l’irriducibile Marozia punta la sua attenzione e le sue strategie seduttive sul di lui fratello, Guido, potente marchese di Toscana che perde la testa per lei e la sposa, sancendo contemporaneamente con quella donna astuta e avida un patto d’amore e di potenza.

Papa Giovanni X, il loro nemico, viene fatto imprigionare e soffocato con un cuscino nella sua cella: «Teodora gli aveva dato la corona, Marozia gliel’aveva tolta. E anche la vita» scrisse con mirabile concisione il vescovo Liutprando. La pornocrazia ebbe in lei, ancora più che in sua madre, la rappresentante più rifulgente, spregiudicata e determinata.

Eliminato il papa ora è Guido, marito di Marozia, il signore incontrastato di Roma, ma a comandare davvero e a dominare era lei, solo lei, abilissima nell’intessere trame occulte e relazioni a lei convenienti e nel fomentare rivalità e odii a proprio vantaggio.

I pontefici eletti dopo Giovanni X furono tutti scelti e manipolati dalla potente Marozia e furono personalità scialbe, docili fantocci nelle sue abilissime mani fino a quando il figlio che Marozia aveva avuto da papa Sergio III non raggiunse un’età congrua per essere eletto papa a 21 anni, con il nome di Giovanni XI (nella foto). Ebbe anche lui con un carattere debole e e influenzabile e anche lui, manco a dirlo, fu soggiogato dalla proterva volontà della madre.

Giovanni XI

Nel 929 Marozia rimane vedova anche di Guido, ma decisa a non piangerlo troppo a lungo.

La sua audace femminilità e la sua smodata bramosia la spinsero tra le braccia del fratello del marito morto, ossia Ugo, re di Provenza e d’Italia, uomo dalla tempra assai simile alla sua: gagliardi appetiti sessuali, vorace ambizione, nessuno scrupolo.

Le nozze fra Marozia e Ugo, considerate oltraggiose in quanto cognati, furono celebrate in Castel Sant’Angelo e si svolsero con grande magnificenza con musici e giocolieri, mangiatori di fuoco e nani burloni. Sotto la luce tremolante di centinaia di fiaccole, tra festoni di profumati iris e fulgide ginestre, fu offerto dagli sposi un banchetto opulento servito con vasellame d’argento: gustose minestre di lardo e piselli, brodo di ceci rossi e zuppe di legumi.

Centinaia fra tordi, pollanche e maialini giravano sugli spiedi, mentre capponi e cinghiali, selvaggina e cacciagione furono serviti agli ospiti insieme a succulente salse pimentate. Vini rossi robusti furono serviti in gran quantità e molte volte le coppe e i boccali si levarono in segno di augurio all’indirizzo degli sposi, ma questa unione era partita sotto cattivi auspici e gli astrologhi consultati da Marozia l’avevano avvertita di stare attenta, molto attenta quel giorno.

Ecco perché lei seppur trionfante, appariva irrequieta, guardinga, con lo sguardo vigile e circospetto: temeva attentati e per questo aveva fatto deporre le armi a tutti gli invitati prima di entrare e faceva tastare le vivande e le pietanze destinate a sé e a suo marito agli assaggiatori.

Alberico (nella foto), il figlio che lei aveva avuto dal primo marito Alberico I, sedeva poco distante da lei: bello e intrepido, dotato di coraggio e di una personalità indomita e fiera, era lì che osservava i due sposi con lo sguardo astioso. Volutamente non partecipava ai festeggiamenti e dai suoi occhi parevano scaturire lampi metallici.

Aberico II di Spoleto

Tutti, sua madre compresa, sapevano che aveva l’animo oppresso da malcontento e gelosia, che mal digeriva questo matrimonio, che disprezzava lo sposo e ancor più sua madre che a lui si era unita con nozze incestuose e ingiuriose. Due cognati che si sposano e un figlio che li odia: sembra la trama dell’Amleto di Shakespeare.

Occhiate cariche d’odio s’incrociavano come spade fra lui e il patrigno, e sulle labbra di entrambi s’era appuntato un ghigno spavaldo di sfida.

In tutti v’era la consapevolezza che una parola di troppo, un moto d’arroganza, un gesto improvvido, avrebbero innescato la miccia.

E così fu. Ugo di Provenza, lo sposo, rinomato per la protervia e la tracotanza dei modi, ordina con piglio imperioso al figliastro di portargli un acquamanile, ossia un bacile con dell’acqua profumata per lavarsi le mani, come se Alberico fosse un servo qualsiasi.

È un pretesto per provocarlo, ovviamente: sa bene che Alberico avrebbe reagito duramente.

Cosa che accade e, con sorpresa e costernazione di tutti, Ugo schiaffeggia pubblicamente il giovane figliastro. Alberico ribatte scagliandosi a mani nude contro il patrigno.

Nella colluttazione che segue, incuranti entrambi delle grida di Marozia che intimava loro di fermarsi, Ugo afferra il pugnale che teneva nascosto tra le vesti e tenta di accecare Alberico che, con un guizzo, riesce a schivare il colpo.

Intervengono alcuni presenti a dividerli e quest’ultimo, dopo aver urlato parole di fuoco all’indirizzo della madre e del suo degno sposo, esce furibondo da Castel Sant’Angelo e chiama a raccolta la popolazione di Roma.

Il suo grido accorato di ribellione e di esasperazione si propaga come un refolo di vento in tutta l’Urbe e i cittadini, che già stavano covando da tempo risentimento e ribellione contro Marozia, i suoi intrighi e il suo debordante strapotere, accorrono a centinaia. La sua arringa fu un capolavoro di fiammeggiante impeto, scaltrezza politica e strategia comunicativa: «La dignità della città di Roma è stata portata a tal grado di stoltezza da prestare obbedienza al governo delle meretrici!»

Stupore e ammirazione fra gli spettatori: Alberico aveva usato quell’epiteto, sottolineandolo con enfasi, ben consapevole che quel meretrici era riservato a sua nonna Teodora e a sua madre Marozia. Il discorso continuò con accenti vibranti: «Cosa vi è infatti di più vergognoso e scandaloso se non che proprio per l’incesto di una donna cada in rovina l’intera cittadinanza romana?»

Queste ultime parole infiammarono vieppiù il popolo. Le campane di Roma cominciarono a suonare a stormo incitando alla riscossa la cittadinanza. Sbarrate le porte della città per impedire all’esercito di Ugo stanziato fuori di entrare, i Romani assalirono il luogo della festa in modo repentino e feroce. Ugo, atterrito, si calò con una fune dalla Mole Adriana e fuggì vigliaccamente, lasciando la sposa in balia di suo figlio Alberico e della rabbia dei cittadini romani.

Quest’ultimo, osannato dal popolo quale liberatore, eletto princeps atque omnium Romanorum senator (Principe e senatore di tutti i Romani), divenne padrone della città e lo resterà fino alla morte avvenuta nel 954.

Come prima disposizione appena assurto al governo dell’Urbe, Alberico fece confinare in Laterano sotto stretta sorveglianza il suo fratellastro papa Giovanni XI che morirà improvvisamente a 29 anni. Di veleno secondo molti.

Quanto alla sua ingombrante e irriducibile madre, ella fu rinchiusa in convento, relegata per sempre nell’ombra, lei che aveva amato così pervicacemente la luce abbagliante del palcoscenico della vita. Da quel momento di Marozia dei Teofilatti, la «sfacciata meretrice che giaceva con prelati e cardinali per governare e ottenere favori» come il vescovo Liutprando scrisse indignato, non si ebbero più notizie.

E così come non si conosce con certezza la data di nascita, non si sa neppure l’anno preciso di morte che forse avvenne nel 937.

Marozia, la dark lady del Papato a cui nessun potente sapeva resistere, la Circe dal fascino diabolico e dalla rapace ambizione, è ancora oggi ricordata per essere stata la vera burattinaia di quella stagione di crimini efferati e lotte senza esclusione di colpi che fu il secolo antecedente all’anno Mille. Fu lei a determinare spesso il corso degli eventi, a fare dei pontefici pedine da smuovere a suo piacimento. Fu lei per un trentennio la vera papessa della Storia.

E la leggenda nera della papessa Giovanna ha nella potente e dissoluta Marozia dei Teofilatti le sue misteriose e affascinanti scaturigini.